Alvito

Età medievale

Un primo nucleo insediativo, chiamato sant’urbano, sorse nella seconda metà del X secolo, nei pressi del “Colle della Civita” (ad oriente dell’attuale abitato), per opera dei monaci benedettini. la fondazione vera e propria di Alvito, che deve il nome al monte Albeto (mons albetum) sul quale si erge, è invece attestata nell’anno 1096. dal xiii secolo il centro fece parte dei domini dei conti d’aquino, mentre dalla fine di quello successivo fu assoggettata alla famiglia Cantelmo, con la quale venne elevato a contea (inizi xv sec.). ad un esponente dei Cantelmo, Rostaino, si dovette, in coincidenza con il giubileo del 1350, il secondo della storia, la ricostruzione del castello, che era stato distrutto da un terremoto (1349).

Età moderna
Tra la fine del xv e l’inizio del xvi secolo nacquero ad Alvito l’umanista Mario Equicola (1470-1525), attivo soprattutto presso la corte dei Gonzaga e autore del trattato “de natura de amore” e di un’importante cronaca di Mantova, e il vescovo Berardino Elvino (1504-1548), che fu tesoriere generale della camera apostolica ai tempi di Paolo III Farnese. nel corso del ‘500, a parte una parentesi sotto il condottiero spagnolo Pietro Navarro, la contea vide il dominio della famiglia Folch de Cardona, rappresentata da Raimondo, viceré di Napoli dal 1509 al 1522. dal 1595 fu acquistata dalla famiglia Gallio, originaria di Cernobbio, che ne resse le redini fino al volgere del xviii secolo, facendo di Alvito la “capitale” dell’omonimo ducato. nel corso del seicento, la predetta famiglia, che ebbe come più illustre esponente il cardinale Tolomeo (1527-1607), segretario dello stato pontificio, abbellì il paese, edificando il palazzo ducale, attuale sede municipale, e aprendo la strada principale, via Gallia (l’odierno corso Gallio), e ne vivacizzò la vita culturale.

Età contemporanea
Nel 1739 Alvito ottenne dall’imperatore del sacro romano impero, Carlo VI d’Asburgo, il titolo di città, reiterato con diploma reale di Carlo III di Spagna (1744). in questo periodo, Lorenzo Ganganelli, che nel 1769 sarebbe asceso al soglio pontificio con il nome di Clemente XIV, fu maestro dei novizi presso il convento di san Nicola. nel corso del XIX secolo la città assistette ad una più profonda modificazione del tessuto sia urbanistico che sociale: accanto alla costruzione di palazzi gentilizi sul corso principale e alla realizzazione di nuove arterie stradali, si ebbe, infatti, l’istituzione di importanti sedi con funzioni amministrativo-giudiziarie, culturali e scolastiche. conobbe anche, in particolare dopo l’unificazione nazionale, una crescita economica, prevalentemente incentrata sull’agricoltura, alla quale si unirono, tuttavia, i primi fenomeni di emigrazione.

Nel 1919, su iniziativa di Vincenzo Mazzenga, vi fu istituita la prima colonia agricola per gli orfani dei contadini periti nella prima guerra mondiale della provincia di terra di lavoro, che rimase attiva sino alla metà degli anni trenta. durante la seconda guerra mondiale, nonostante la vicinanza con il fronte di cassino, Alvito fu risparmiata dagli attacchi aerei. mentre è stata più volte colpita da eventi sismici, gli ultimi dei quali registratisi nel 1901, nel 1915 e nel 1984, che fortunatamente non ne hanno intaccato il patrimonio storico-artistico. a causa della mai cessata emigrazione, indotta prevalentemente dall’assenza di lavoro, così come avviene in altre piccole realtà meridionali, e nonostante il territorio ricada nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Alvito subisce da tempo un costante spopolamento.

 

Angelo Ricciardi e Ester Chioccini, Alvito (FR), nella Valle di Comino: interventi di riqualificazione urbana, tra conservazione e contamporaneità.

fonte: www.comune.alvito.fr.it

Atina

Atina dal Passato al Presente

Atina è una graziosa cittadina dell’Italia centrale, distante circa un’ora da Roma e Napoli e venti minuti da Cassino. La sua origine è molto antica. Secondo una leggenda fu fondata dal Dio Saturno.

Il grande poeta romano Virgilio, nell’Eneide cita la “potente Atina” insieme ad altre quattro “grandi città” che forgiavano le armi per Turno, re dei Rutili.

Abitata anticamente dai Volsci, fu occupata dai Sanniti intorno alla metà del IV secolo a.C. Alla fine della III Guerra Sannitica fu sottomessa a Roma come una prefettura che, secondo Cicerone, era “piena di uomini valentissimi che nessun’altra in Italia poteva eguagliarla” (Pro Plancio). Verso la fine del periodo Repubblicano e all’inizio del periodo Imperiale, infatti, aveva molte famiglie illustri, come gli Arruntii, i Planci, i Petrei, i Basila e i Sentii Saturnini. Una Sentia fu madre di Scribonia, moglie di Ottaviano Augusto, nonna di Giulia (“la scandalosa”) e di Cornelia (simbolo di matrona romana virtuosa – v. Properzio) e ava di Caligola e Nerone.

Secondo l’antica Cronaca della Chiesa, la religione Cattolica ha origini dall’Apostolo Pietro, di passaggio ad Atina nel suo viaggio verso Roma.

Nel VI sec. d.C. fu distrutta dai Longobardi. Riedificata sulla collina di Santo Stefano intorno alla rocca, nell’anno 1349 fu rasa al suolo dal fortissimo terremoto che distrusse anche la famosa Abbazia di Montecassino, distante pochi chilometri. Ricostruita nell’attuale sito, nei secoli successivi, seguendo le sorti del Ducato di Alvito, è stata posseduta da importanti famiglie, come i Cantelmo, i d’Aquino, i Folch de Cardona (Raimondo), i Borgia (Goffredo), i Carafa e, per ultima, dai Gallio (1595-1806).

Nel XIX e nella prima metà del XX secolo si è distinta la famiglia Visocchi, con imprenditori agricoli (vini) ed industriali (carta) e membri del Governo, della Camera e del Senato.

Durante la II Guerra Mondiale subì morti e distruzioni perché a ridosso della Linea Gustav. Nel dopoguerra molti cittadini emigrarono in Francia, Belgio, Inghilterra, Irlanda e nelle Americhe per trovare miglior fortuna.  L’Atina di oggi è caratterizzata dal felice connubio fra l’antico e il moderno. Nel centro storico, adagiato sul Monte Massico (490 m.), sono ubicati il magnifico Palazzo Ducale dei Cantelmo (XIV sec.), attualmente sede del Comune, la concattedrale di S. Maria Assunta (XVIII sec.), il palazzo della Prepositura (XVI), con il colonnato semicircolare,  il convento dei Frati Minori Francescani (XVII sec.), il museo archeologico pre-romano e romano e la biblioteca comunale, ben fornita di libri di storia locale, numerosi palazzi nobiliari edificati fra il XV e il XIX secolo, le mura e la porta medievale di S. Maria (XIV sec.).

Antichissime mura poligonali (conosciute anche come “Ciclopiche” o Pelasgiche”) circondano il Monte Massico, la Collina di S. Stefano (con i resti dell’acropoli pre-romana e del castello medievale), il Colle, con il suo borgo e la Chiesa Ottagonale di S. Croce (XVIII sec.) e Monte Morrone, per una estensione totale di 110 ettari.

In tutta la cittadina sono presenti numerose testimonianze del periodo romano (strade lastricate, sepolcri, epigrafi, altari, cisterne, acquedotto, ecc.). Dal punto di vista storico-archeologico è molto interessante la zona cimiteriale, ubicata fra il centro storico e il Colle, con la chiesa di S. Pietro, una volta tempio di Giove, i resti del tempio di Saturno, della Collegiata di S. Maria e S. Marco, la Porta Aurea e una domus romana, oggetto di scavi recenti da parte della Sovrintendenza ai Beni Culturali.

Il nuovo centro urbano di Ponte Melfa ospita molte piccole e medie imprese di produzione, attività commerciali e impianti sportivi (centro ippico, piscina, palazzetto dello sport, campo di calcio e tennis, ecc.).

Sempre nella parte bassa della cittadina sono allocate anche il Museo Académie Vitti e due strutture di archeologia industriale, la Ferriera borbonica e la Cartiera Visocchi (XIX s.), oltre ai borghi di Settignano, Rosanisco, S. Marciano e Sabina-Piedi le Piagge. Sulla strada per Cassino c’è la frazione di Capodichina.                                                                                                 Le fertili pianure e le ridenti colline lungo il fiume Melfa e il torrente Mollarino sono la sede ideale per le coltivazioni dell’ottimo fagiolo “Cannellino DOP” e dei vitigni del sontuoso “Cabernet DOC”.

Vi si tengono molte importanti manifestazioni culturali, come l’Atina Jazz (IV settimana di luglio), il Festival del Folklore (inizio agosto), il Premio di Scultura (luglio), residenze musicali (luglio) e artistiche (agosto), le rappresentazioni della Passione (Pasqua) e della Natività (dicembre) e altre feste religiose, il Gran Galà della musica lirica e la Notte Bianca (agosto), sagre del cannellino (agosto) e del cabernet (novembre) e eventi sportivi di equitazione, bicicletta, mountain bike, corsa di fondo e tennis. A partire da quest’anno (luglio), vi si terrà una fiera cavalli per il Centro-Sud Italia collegata alla Fiera di Verona.

Testo di Orazio Riccardi

Belmonte Castello

Il suggestivo borgo di “Bellus Mons” sorge su uno spuntone di roccia, dominato dai fitti boschi del Monte Cairo. Feudo dei Conti d’Aquino nel XIII secolo, passò ai conti d’Alvito, che probabilmente costruirono il castello, andato distrutto nei bombardamenti dell’ultima guerra. Dell’edificio rimangono in piedi oggi soltanto le due colonne in pietra dell’ingresso.

Interessante la chiesa di S. Nicola (XII sec.), con splendidi affreschi del trecento, ed i resti dell’acquedotto romano, scavato nella roccia (I sec. a.C.). Nell’Ottocento era fiorente l’artigianato tessile di cui oggi alcuni privati conservano gli strumenti impiegati nella lavorazione della canapa. La strada Terelle-Belmonte, costruita di recente, offre un bellissimo panorama della valle, che dal passo di Capodichino (NA) va alla pianura di Sant’Elia Fiumerapido e a quella di Cassino.

Curiosità naturali sono le cosidette “fosse”, cioè due crateri rocciosi di natura incerta profondi 130 metri e più, nel cui fondo si sente un fruscio e sgorga dai fori rocciosi un ventarello freddo, causato forse dallo scorrimento di acqua sotterranea che nessuno sa da dove scaturisce.

Fonte: www.ciociariaturismo.it

Casalattico

Casalattico è il meno popoloso dei tredici comuni della Valle di Comino. Secondo la tradizione, assunse questo nome dall’illustre cittadino Pomponio Attico, fraterno amico e cognato di Cicerone, che possedeva una villa nell’odierna località Montattico. In epoca romana questo territorio appartenne alla “gens” Pomponia, ma è soltanto nel 1305 che appare ufficialmente il nome di Casale Attico in un documento ufficiale.

Oggi il paese si trova diviso in due parti: quella inferiore, che racchiude il borgo antico con strade strette ed irregolari, e quella superiore di aspetto decisamente più moderno. Casalattico ha conosciuto una forte emigrazione, e oggi, coloro che sono stati costretti a partire non rinunciano a farvi ritorno durante l’estate.

Tra gli emigranti più famosi e fortunati, originari di questa terra, troviamo Carmine Forte, detto Charles, emigrato in Gran Bretagna e qui divenuto proprietario di una catena di alberghi e ristoranti nota in tutto il mondo, insignito del titolo di baronetto dalla Regina Elisabetta. In paese, da visitare, è la Parrocchiale, che conserva varie pregevoli tele del polacco Taddeo Kuntz e della Scuola Napoletana del Santafede, artisti del XVI sec. che avevano qui la loro bottega.

A pochi chilometri dal centro, la frazione di Montattico è base di partenza per suggestivi itinerari a piedi nel massiccio dei monti Obachelle e Marro. Gemellato con: Twinned with Naas (Irlanda).

Fonte: www.ciociariaturismo.it

Casalvieri

Casalvieri e la Valle di Comino sono state abitate sin dalla più remota antichità subendo, nel corso dei secoli, svariate e successive dominazioni. Resti  del Clactoniano medio  (350.00-400.000 anni fa)  sono stati rinvenuti  in territorio di Casalvieri sin dall’inizio del secolo scorso. Non è chiaro il periodo in cui le popolazioni autoctone siano state sopraffatte ma è probabile che questo sia avvenuto al seguito del grande flusso migratorio che interessò le tribù umbro-sabelliche  sin dal VIII sec. A.C. I Volsci sono stata la prima popolazione preitalica che ebbe il controllo della Valle di Comino anche se il loro dominio durò poco perché soppiantati dai Sanniti che, nella loro lenta espansione verso terre più fertili, entrarono in rotta di collisione con gli interessi  Romani provocando la 1^ guerra Sannitica nel 354 A.C.

E’ ormai storicamente provato che l’inizio della grande espansione Romana verso sud, coincise con la vittoria sulla confederazione Sannita nella 3° guerra Sannitica (che secondo Livio iniziò nel 298 A.C.). La Media Valle del Liri e la Valle di Comino fecero da palcoscenico ad uno dei più cruenti scontri del primo periodo di espansione che consacrò la posizione dominante di Roma sulla penisola.

Nel profondo medioevo la Valle di Comino, compresa Casalvieri, fu parte del Ducato di Benevento prima e del Principato di Salerno poi (Casalvieri ricorre la prima volta nell’anno 1017 in un diploma di Guaimario IV che era il principe di Salerno a quel tempo). Subito dopo fu territorio della Contea di Capua, dei Pagano Signori di S.Giovanni e di Cavalieri Normanni. Fu possedimento Pontificio ai tempi di Innocenzo III e feudo dei Signori d’Aquino e, ancora, parte integrante della Contea d’Arpino. Nel Cinquecento fu possedimento dei Della Rovere ed infine, dal 1580  fino al 1796, dei Boncompagni.

Non possono certo tacersi, inoltre, le vicende storiche legate al periodo borbonico ed al successivo periodo post-unitario, durante i quali Casalvieri e la Valle fecero parte della Terra di Lavoro (Provincia di Caserta).  Fasi che contraddistinsero la vita delle popolazioni locali soprattutto per il perpetuarsi delle condizioni di povertà e per l’esplodere del fenomeno del brigantaggio.

Neanche dopo il 1927, anno di nascita della Provincia di Frosinone, le condizioni di vita economica e sociale mutarono. Anzi, con la tragica esperienza delle due Guerre Mondiali esplose il fenomeno dell’emigrazione di massa da terre ormai senza futuro e che, ancor oggi, conservano usi, costumi e mentalità più borboniche che papaline.

La storia del  nostro comune, i cui suoli furono abitati sin dai tempi più remoti, fa perdere le sue tracce dai tempi dell’età  repubblicana sino al medioevo, quando esse riaffiorano, in un documento cartaceo datato 1016 D. C. e conservato a Montecassino: in esso si attesta che Landone, signore di Arpino, dona all’abbazia cassinese, un proprio tenimento sito nelle pertinenze di Vicalvi, vicino al confine con la fontana di “Casa Selberi”.

Alla ricostruzione di periodi circoscritti  della storia di Casalvieri hanno offerto, sino ad oggi, il proprio contributo alcuni cultori ed appassionati. Tra costoro, merita un posto di primo piano, Padre Michele Jacobelli, che seppe dare impulso alla ricerca storica in Val Comino: il suo apporto, pur discutibile e non sempre condiviso, ha consentito tuttavia di creare un interesse, dilatatosi nel tempo, verso la ricostruzione di periodi nevralgici per le sorti del nostro territorio.

Pur preservandosi molte tracce, evidenti nel patrimonio architettonico, anche minore e negli importanti siti di interesse archeologico, oltre che nella memoria, alcuni periodi restano ancora oscuri: pertanto una vera e propria storia deve essere  complessivamente rintracciata.

E’ auspicabile, in tal senso, un contributo da tempo atteso, di Guido Pescosolido, esimio storico dell’età moderna e risorgimentale, Casalvierano, Preside presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Roma “Minerva”.

Di seguito sono riportate alcune indicazioni bibliografiche essenziali e generali, necessarie, queste ultime, per meglio conoscere il contesto generale.

Fonte www.comune.casalvieri.fr.it

Fontechiari

Una delle tante sconosciute piccole gemme della Valle di Comino è Fontechiari, base ideale per escursioni ritempranti nei boschi e nelle campagne circostanti, dalle quali si può ammirare l’intera cerchia di monti che chiudono la Valle di Comino e la conca di Sora, dal Pizzo Deta alle Mainarde.

Fontechiari prende il nome dalle limpide fonti di acqua sorgive intermittenti che sono nel territorio. Ma fino al 1862 questo paese si chiamava Schiavi, poiché in questa località venivano custoditi gli schiavi del condottiero arpinate Caio Mario.

Il centro antico era circondato da mura, di cui restano cospicue tracce, ed è tuttora dominato da un’alta torre quadrata dei Boncompagni. Di importante valore artistico sono le opere conservate nelle due principali chiese: la chiesa parrocchiale dei SS. Giovanni Evangelista e Battista, che conserva affreschi trecenteschi, la Croce processionale in argento firmata dalla Scuola Sulmonese (sec. XIV) e pregevoli pitture attribuite al Cavalier d’Arpino (S.Biagio, S. Filomena, S. Rocco, ecc). Il santuario della Madonna dei Fratelli conserva il quadro della Madonna del Rosario del Cavalier d’Arpino e un pregevole Cristo in legno del XIII secolo.

Fonte: www.ciociariaturismo.it

Gallinaro

Borgo antico di origine altomedioevale, Gallinaro era come gli altri centri della val di comino un “castrum” (castello). nel 1023 il “Castello di Gallinaro” fu oggetto di contesa. nonostante fosse possedimento dei conti di sora, l’imperatore Enrico II, di passaggio a Montecassino, pensò di donarlo ai nipoti del suo sostenitore melo di bari. Enrico inviò il normanno Trostaino con 25 uomini che “entrérent en lo castel gallnar” e lo conquistarono. nel 1067 il territorio, abitato da 370 abitanti, passò ai conti d’Aquino. Di allora è il sopravvissuto l’ “ufficio di san Gerardo” , un documento del 1090 conservato nell’archivio della curia di sora. lentamente, alla rigida organizzazione feudale si sostituiva un nuovo sistema che dava voce ai cittadini, l’università, l’antica denominazione di comune. il primo documento in cui veniva citata è del 1204.

Da un documento del XIII sec. si apprende l’esistenza di una chiesa dedicata san Gerardo presso la quale viveva un eremita. nel corso del trecento il santuario venne visitato dai discendenti del santo, Domenico, Pietro e Andrea de Gerardis, che fecero ricche donazioni e fondarono l’ospedale. mentre l’Italia meridionale passava dagli svevi agli Angioini, Gallinaro viveva un periodo di relativa tranquillità, tant’è che agli inizi del secolo sono documentate ben nove chiese: s. Salvatore, s. Nicola, s. Maria, s. Andrea, s. Leonardo, s. Giovanni, s. Stefano, s. Maria di Iannano e la più antica s. Maria Cellarola, le cui prime notizie risalgono al 1019.

Il personaggio che si distinse fu il vescovo Giovanni, confessore e consigliere della regina Giovanna I.

Nel 1600 un altro discendente, John Gerard, penitenziere di san Pietro donò a Gallinaro la custodia in argento per il braccio del santo il cui corpo fu rinvenuto alla fine dello stesso secolo. in questi anni la situazione non era delle migliori: case di creta, famiglie povere ed una vita quasi selvatica. a ciò si aggiunsero carestie, pestilenze – che cancellarono ben 17 famiglie – ed incursioni di briganti, che razziarono, uccisero ed incendiarono. Il più famoso di questi, come ricordano le cronache del tempo, fu proprio un gallinarese: marco fiore.
Il settecento registrò un aumento della popolazione, che raggiunse i 750 abitanti. l’attività principale restava comunque l’agricoltura, anche se i proprietari erano pochi e i più prendevano in affitto i terreni dalla chiesa. Figure di spicco furono l’arciprete Bartolomeo Baldassari e Loreto Apruzzese. il primo ebbe il merito di riordinare l’archivio parrocchiale. morì di morte violenta, assassinato dal sanguinario bandito Gaetano Mammone. Loreto Apruzzese fu invece un giurista di fama che insegnò diritto civile presso l’università di Napoli.

Con l’avvento dei francesi, siamo ai primi dell’ottocento, Gallinaro non risentì subito degli effetti delle riforme, come quella riguardante l’abolizione del feudalesimo, anzi, fu unito al vicino comune di San Donato, per ottemperare alla legge che un comune dovesse avere almeno 1000 abitanti.

Nel 1861, con l’unità d’Italia, le cose non cambiarono né per il nostro comune né per la val di Comino, dove i sentimenti rimasero prevalentemente filoborbonici. Il nuovo stato ridusse gli investimenti in terra di lavoro favorendo l’emigrazione. una delle mete fu Parigi, dove molti gallinaresi trovarono lavoro come modelli, posando addirittura per il grande Rodin.

Fu il novecento a portare novità e modernità. furono creati l’ufficio postale, l’ufficio telegrafico, il “circolo operaio XX settembre”, il servizio di corriere, uno sportello bancario.

Il 21 aprile 1948, dopo un referendum, Gallinaro tornò comune.

 

Fonte www.comune.gallinaro.fr.it

Picinisco

Parte integrante del parco nazionale d’Abruzzo Lazio Molise, Picinisco domina dall’alto l’intera Valle di Comino, lasciandosi alle spalle la catena del meta. qui si respira aria di montagna. in inverno la neve permette agli amanti della discesa libera e dello sci da fondo di usufruire di attrezzate piste in loc. prati di mezzo (m 1.420 s.l.m.). in estate, l’ufficio di zona del parco nazionale d’Abruzzo organizza escursioni guidate sul monte meta. in località capo d’acqua, le acque del Melfa, fiume a carattere torrentizio che raccoglie le acque delle montagne circostanti, sono sbarrate da una grandiosa diga che forma il lago artificiale di Grottacampanaro e che alimenta una centrale elettrica.

ultima caratteristica naturale è la fonte Scopella, ricca di acque curative delle malattie del ricambio e del fegato. La sua storia lo accoumuna agli altri centri della Valle di Comino: possedimento dell’abbazia di Montecassino, fece poi parte del ducato di Alvito. Nel 1919 Picinisco ha ospitato lo scrittore inglese D.H. Lawrence, l’autore dì “l’amante di lady Chatterley”. trovò ospitalità in località serre, dove si può visitare la casa in cui alloggiò. Fu proprio qui che trasse l’ispirazione per completare e ambientare l’altra sua opera “la ragazza perduta”.

fonte: www.ciociariaturismo.it

Posta Fibreno

Il paese di Posta Fibreno si sviluppa sull’alto di un costone, da cui si apre un meraviglioso panorama sul bacino sottostante. Deve il suo nome al fatto che, trovandosi a metà strada tra Roma e Napoli, era il luogo di cambio dei cavalli utilizzati per recapitare la posta. Per proteggere il bellissimo lago è stata creata la riserva naturale.

Questo lago è in realtà un’enorme sorgente di acqua purissima proveniente dalle falde dei vicini monti del Parco Nazionale d’Abruzzo e dà vita al gelido e limpido fiume Fibreno (come ci riferisce cicerone nel de legibus). All’omonimo lago infatti Posta Fibreno deve la sua maggiore notorietà. Esso è una delle oasi naturalistiche più interessanti e incontaminate dell’Italia Centrale, ricca di flora e di fauna.

Singolare particolarità del lago è l’isola galleggiante, citata già da Plinio il Vecchio duemila anni fa: è costituita da un ammasso di vegetali torbificati ricoperti di humus; affiorante in un’insenatura e che si sposta sospinta dal vento; rifugio di numerose specie di uccelli palustri, di anfibi, di pesci. Celebrate sono le varietà ittiche del Lago della Posta, come le anguille, gli spinarelli, i gamberi di fiume, la piccola trota detta “carpione del Fibreno” e la rara trota Macrostigma. I contadini del luogo attraversano il lago con delle barche caratteristiche, dal fondo piatto, usate fin dai tempi dei Sanniti e chiamate Naue (nave).

Fonte: www.ciociariaturismo.it

San Biagio Saracinisco

Il paese di San Biagio Saracinisco è uno scorcio della provincia di Frosinone, posto sul versante laziale del massiccio delle Mainarde, autentico documento naturale che introduce al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il territorio comunale è perciò in gran parte un comprensorio montuoso, dominato a Nord dalla vetta del Monte Forcellone, che raggiunge quota 2030 metri, sovrastando le coste montane circostanti che, da un lato si incuneano già nella regione abruzzese, dall’atro, lungo il confine meridionale del Parco, digradano fino ad un’altitudine di 1500 metri. A Sud del limite giurisdizionale, ancora nel territorio sanbiagese, si ergono poi i Monti La Monna e Selvapiana, rispettivamente alti 1501 e 1571 metri, separati dal profondo e verde calanco delle Foci, a valle del quale si imposta la trasversale gola del torrente Mollarino. Il paesaggio fortemente marcato da solchi erosi e pietraie, rocce e radure, si spezza così all’altezza del corso d’acqua che, imbrigliato oggi nel’acquedotto comunale, defluiva un tempo con regime assai incostante in direzione del fiume Melfa, importante linea d’acqua delle valli di Canneto e di Comino.
L’abitato di San Biagio Saracinisco sovrasta proprio la stretta forra, allungandosi su un costone a 866 metri s.l.m., al centro e a sbarramento di una vallata che da sempre segna il passo tra l’area di Atina, il bacino del fiume Rapido e Isernia, ripercorsa attualmente dalla strada regionale 627 della Vandra.
Il paesaggio che si presenta all’occhio di un osservatore è l’insieme di diverse componenti che si equilibrano tra loro, in misura gradevole ma non altrettanto così facilmente distinguibili. Sono sistemi interagenti, che vanno dalla geologia all’ecologia. L’area di Monte Santa Croce si trova su un rilievo a circa 1170 metri s.l.m. Da uno studio sulla vegetazione è emerso che sul sito insiste un ecosistema boschivo costituito da Fagus sylvatica (Faggio), un ecosistema boschivo di Pinus nigra (Pino nero) e una radura dove sono presenti terrazzamenti di origine antropica con sole piante erbacee (graminacee di varie specie).
Nello specifico il versante esposto a Nord, dove le pendenze sono notevoli, è caratterizzato dalla presenza dell’ecosistema boschivo a Fagus sylvatica; questo è un bosco governato a ceduo di circa 30/40 anni. Per quanto riguarda il versante esposto a Sud, il luogo è caratterizzato dalla presenza dell’ecosistema boschivo di Pinus nigra.
L’area di Ominimorti è posta su un rilievo a circa 1045 metri s.l.m. ed è poco distante dal sito di Monte Santa Croce, circa 600 metri in linea d’aria. La vegetazione presente è costituita da un ecosistema boschivo governato a ceduo di Fagus sylvatica anch’esso di circa 30/40 anni con sporadiche presenze di Acer pseudoplatanus (Acero di monte), di Frassinus excelsior (Frassino maggiore) lungo il versante esposto a nord-est, da un ecosistema boschivo a Pinus nigra lungo il versante con esposizione da sud a ovest, mentre lungo il versante con esposizione ad est si ha una notevole presenza di un ecosistema boschivo ceduo di Ostrya carpinifolia (Carpino nero) misto a Quercus pubescens (Roverella).
Gli ecosistemi boschivi di faggio presenti su entrambi i siti sono autoctoni, grazie alle condizioni pedoclimatiche che permettono la presenza di questi tipi di boschi; anche il bosco di carpino nero misto a roverella è autoctono pur trovandosi ad una quota leggermente inferiore rispetto al faggio e su un versante con esposizione differente. Diverso, invece, è il corso degli ecosistemi boschivi di Pinus nigra. I boschi, risalenti agli anni 50/60, sono di origine antropica cioè frutto di rimboschimenti, per i quali sono state utilizzate specie arboree importate da altri luoghi.

“Ignorare la storia patria è come non essere mai nati”
(Cicerone)

Il luogo ove sorge il comune di San Biagio (31 Kmq) era già abitato in epoca assai remota. L’appellativo saracinisco si ricollega con la tradizione secondo cui vi sarebbe stato accolto un nucleo di Saraceni.
La più antica presenza umana risale al paleolitico, circa 70mila anni fa: i primi abitanti erano cacciatori di prede spintisi fino al versante dell’Appennino che oggi rientra nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.
Le prime abitazioni (grotte naturali sparse sui monti) vennero abbandonate a favore di piccoli insediamenti fortificati sull’altopiano chiamato Gallo e di piccoli santuari con annesso cimitero sulla cresta dell’Uomo Morto, così chiamato per la presenza del Sepolcreto.
La bucolica tranquillità fu spesso interrotta da guerre combattute proprio sul nostro territorio (le Sannitiche) e dalle rivolte degli schiavi contro il potere di Roma: ciò perché la via pedemontana Sora-Venafro-Capua era più sicura e meno controllata di quella di pianura.
Dopo la caduta dell’Impero Romano si susseguirono le varie occupazioni dei Barbari (410), dei Goti di Alarico (455), dei Vandali (476), degli Eruli, dei Longobardi e dei Saraceni (I secolo A.D.).
Erano questi popoli nord-africani che si insediarono in posti strategici per effettuare razzie.
Nel Cronicon di Leone Marsicano, ai primi anni del nuovo secolo, troviamo citato per la prima volta Sarraciniscum quale castello di difesa. Nel 1055 la zona con il relativo castro fu donata dai Principi Pandolfo e Landolfo di Capua al monastero di Montecassino, con assoluta esenzione di tasse o altra soggezione feudale. I monaci, per evitare di tenere le terre incolte, affidarono a sette famiglie di Picinisco, Agnone ed Atina, il compito di renderle fertili e di rivitalizzarle. Il territorio fu abbandonato nel 1656 a causa di una pestilenza che imperversò su tutta la zona, finché nel 1678 poche famiglie dei comuni limitrofi decisero di trasferirsi a San Biagio. Iniziò così il lento processo di urbanizzazione del paese. Attorno ad una chiesetta dedicata a San Biagio sorsero le prime casupole in pietrame e paglia: nacque così il primo nucleo insediatosi nel territorio oggi compreso tra Muro Gianicolo, Piazza Olmo e Via Chiesa.
Durante l’occupazione francese, abolita la feudalità, San Biagio contava 500 anime: poche per essere riconosciuto comune indipendente e pertanto rimase frazione di Vallerotonda. Ma nel 1853, contando più di 1.000 anime venne prodotta la necessaria documentazione per diventare comune autonomo. E infatti nel 1858, con reale decreto di Ferdinando II, Re di Napoli, venne finalmente costituito Fattuale comune di San Biagio Saracinisco provincia di Terra di Lavoro. Solo nel 1927 diventerà provincia di Frosinone.
Il periodo di transizione, la distanza da grossi centri antropizzati, la povertà degli abitanti erano tutti elementi che crearono non pochi problemi al nuovo comune: la spedizione dei Mille e il successivo Regno d’Italia segnarono il nuovo attuale corso storico per il nostro comune.
La fine del secolo fece registrare lo sviluppo della pastorizia, dell’agricoltura e delle attività boschive. Il numero degli abitanti però superò il limite di sostentamento e quindi la gente fu costretta ad abbandonare la propria terra: iniziarono le prime emigrazioni verso gli Stati Uniti, la Svezia e la Germania. Altri, più intraprendenti, si addentrarono persino nella fredda Russia degli zar.
La guerra del 1915-18 vide la gioventù sanbiagese richiamata alle armi ed un grande tributo di sangue risulterà alla fine versato.
La Seconda Guerra Mondiale con i suoi orrori provocò distruzione, esodo forzato e morte. Il nostro paese, a causa della vicinanza con Cassino, rientrò in quella linea difensiva tracciata dal Feld Maresciallo Kesserling chiamata “linea Gustav”. La furia dei bombardamenti, rese impossibile la permanenza dei civili in paese e nelle grotte per cui il giorno dell’Immacolata fu deciso l’esodo forzato verso il centro di raccolta di Ferentino. A molti giovani ivi giunti con le famiglie, fu fatto obbligo di arruolarsi nei cosiddetti battaglioni TODT (squadre di lavoro obbligate ma remunerate) per lavorare al fronte nella costruzione di trincee e nella riparazione di opere distrutte dai bombardamenti. Alcuni di questi, impiegati a Cassino, pieni di pidocchi ed affamati, riuscirono una notte a passare le linee tedesche e a ricongiungersi con i parenti a Cremona.
Il 12 gennaio 1944 alle ore 5:30 l’8° Reggimento marocchino ed il 7° algerino, entrambi inquadrati nell’esercito francese, portarono l’attacco a Costa San Pietro, a Monna Casale ed Acquafondata con l’obiettivo di penetrare a Sant’Elia Fiumerapifo.
Il Monte Santa Croce rimase in mano ai tedeschi fino a maggio nonostante i due terribili attacchi sferrati il 27 maggio 1944 alle ore 21:00 dalle forze del nuovo regio esercito rappresentato dalla 41ª Compagnia Paracadutisti del 184° Reggimento Nembo liberando San Biagio, completamente distrutto ed ormai presidiato da pochi soldati tedeschi.
Il bilancio complessivo della battaglia risultò piuttosto pesante. I morti furono più di 5.000 di cui 500 tedeschi ed un sanbiagese, saltato in aria per lo scoppio di una mina Schou. Ai primi di giugno, passato il fronte, dopo essere stato raso al suolo, San Biagio comincia a ripopolarsi come in un day after: la vita ricomincia.
Tuttavia mancavano all’appello gli sfollati al nord che torneranno in paese solo dopo il 25 aprile 1945.
Il dopoguerra iniziò con la profonda devastazione del territorio con gallerie, invasi per energia elettrica, scomparsa della caratteristica cascata del Monte e smembramento della popolazione costretta ad una massiccia emigrazione verso Francia, Belgio, Germania e località dell’Italia settentrionale.


Il Santo

A partire dal giorno della Pentecoste del 33 d.C., gli Apostoli, ricevuto lo Spirito Santo, cominciarono la predicazione del Vangelo per le strade di Gerusalemme. Da qui ha inizio la storia della Chiesa fatta dagli stessi Apostoli, dai Padri della Chiesa, dai Papi, dai Santi e dal popolo dei fedeli.
Una strada, quella della Chiesa, tutta in salita, sia per i grandi risultati ottenuti, sia per le difficoltà incontrate durante il cammino, prima fra tutte, le persecuzioni. Era il 36 d.C., quando nella stessa Gerusalemme veniva ucciso per mezzo della lapidazione il primo Martire: Santo Stefano. Da quel giorno in poi, tanti Martiri conosciuti (alcuni degli stessi apostoli, alcuni Vescovi della Chiesa) e non conosciuti (tanti fedeli del Cristo) sono stati fatti dono alla Chiesa di Dio in suo nome.
Le dure repressioni dei primi imperatori Romani, terrorizzati dalla concorrenza del vero Dio in terra, impauriti per la perdita del potere sacrale, colpirono ripetutamente e sempre più dolorosamente la Chiesa che nasceva. Ma più questi colpivano più la repressione era forte, più i fedeli morivano nel nome di Cristo più la Chiesa, di nascosto o in bella vista, cresceva. Entra a far parte di questa storia di fede Biagio, Vescovo di Sebaste, martirizzato tra il 314 e il 315 d.C.
Sono i primi anni della Chiesa libera ma non troppo libera. Gli imperatori Massimino e Diocleziano prima e, Licinio poi, misero in atto una delle più dure repressioni contro i cristiani. Sotto quest’ultimo, Imperatore d’Oriente, che divideva il trono con Costentino (il liberatore della Chiesa di Cristo) Imperatore d’Occidente, per il Santo protettore della gola, per mano dei soldati romani comandati dal governatore dell’Armenia tale Agricolao.
Biagio Vescovo, nacque intorno alla metà del 200 d.C., a Sebaste, odierna megalopoli in Armenia Minore, da famiglia di condizione sociale, si limitò a studiare tra agi e sollazzi. Passata l’adolescenza sui libri di medicina, cominciò subito ad esercitare la professione medica.
Di indole affabile e caritatevole, il futuro Santo esercitò la professione con estrema umiltà: distribuiva denari e medicinali, confortava i malati ed i moribondi.
Intorno alla fine del III sec. d.C., Biagio si convertì al Cristianesimo. Quando poi l’allora Vescovo di Sebaste cadde vittima delle repressioni contro i Cristiani ordite dall’Imperatore Massimino, il medico Biagio, a furor di popolo, venne eletto Vescovo della città.
Dedito alla cura delle anime, come dei corpi prima, per il nuovo Vescovo si cominciò a parlare immediatamente di miracoli: tra questi, il più noto fu la guarigione di un fanciullo ridotto in fin di vita da una spina di pesce infilzatasi in gola. La madre del fanciullo implorò l’aiuto del Vescovo, il quale, resosi conto della gravità della situazione, segnò il piccolo con il segno della croce ed imponendo su di lui le sue mani, cominciò a pregare: “Signore Gesù Cristo che accogli sempre le suppliche di chi con fede ti invoca nelle necessità di questa miserabile vita, ascolta oggi la mia preghiera. Non essendovi mano rimedio per questo fanciullo, mandaglielo Tu dal cielo, sanalo con la Tua virtù invisibile”. Ciò detto, il piccolo guarì e la fama del Santo Biagio Vescovo di Sebaste, si estese oltre i confini dell’Armenia.
Intanto tutto il mondo cristiano veniva colpito dalle dure repressioni dell’Imperatore Diocleziano che non smetteva di perseguitare i seguaci della nuova religione. Il caro Vescovo di Sebaste, per nulla intimorito, continuò ad occuparsi dei fedeli giungendo perfino alla corruzione delle guardie per visitarli nelle carceri.
Un breve attimo di respiro si ebbe con l’avvento sul trono imperiale di Costantino che divideva lo scettro con il cognato Licinio. Nel 313 d.C. viene promulgato l’editto di Milano che concedeva la libertà religiosa in tutto l’Impero. Ma già a partire dall’anno successivo, Licinio riprese la lotta contro i Cristiani.
Riprese le repressioni a danno dei Cristiani, il Vescovo di Sebaste fu costretto a rifugiarsi in una grotta del monte Argeo. In questo breve periodo della sua vita Biagio visse, suo malgrado, da eremita, condividendo la grotta con belve feroci e sostenuto dal cibo che gli portava tutti i giorni un corvo. Intanto il governatore dell’Armenia, tale Agricolao, in preparazione dei giochi (ovvero lotte tra uomini e bestie) indetti in tutto l’Impero d’Oriente per festeggiare il quinto anno da Imperatore di Licinio, oltre alla razia di cristiani, si adoperò alla ricerca di animali feroci.
Quando i soldati arrivarono nei pressi della grotta, trovarono il Vescovo e lo riportarono incatenato verso la città. Durante il tragitto avvenne un altro miracolo attribuito al Santo: una povera donna gli si avvicinò lamentando la perdita del suo maialino predato da un lupo; il Vescovo la rassicurò: “… il porco ti sarà restituito …”.
Quando Biagio ebbe finito di pronunciare queste parole, il lupo affranto riportò il maialino ai piedi della donna.
Giunto a Sebaste il Vescovo venne rinchiuso in carcere, dove ricevette solamente la visita della povera donna del maialino alla quale confidò la sua imminente fine terrena. Il giorno seguente il Santo venne portato dinanzi al governatore, il quale pensava solo a riconvertire il Vescovo al politeismo. Ma Biagio, per nulla indebolito rispose a tono: “Non sono Dei, caro governatore, gli idoli che tu adori ma legno, pietra, bronzo, rame, argento, oro…[I Cristiani] conoscono il vero Dio purissimo, sapientissimo, infinito, immortale e per amarlo sfidano tutti i tormenti…”.
A seguito di queste parole il Vescovo fu appeso ad una trave ed il suo corpo torturato con pettini di ferro. Terminata la tortura, il Vescovo venne ricondotto in carcere. Il governatore tentò nuovamente di convertirlo ma Biagio si rifiutò e allora fu gettato nel lago Vlan ma appena si accostò ad esso le acque si aprirono come a Mosè sul Mar Rosso. Il Vescovo camminando sulle acque tornò a riva dove il governatore lo condannò alla decapitazione che avvenne il 3 febbraio del 314 o 315 d.C.
Il principale culto di San Biagio è legato alla protezione della gola in ricordo del miracolo della spina di pesce infilzata nella gola del fanciullo. Ma sono diffusi culti diversi sempre legati alla vita o ai miracoli del Santo. Così Biagio viene invocato come protettore degli animali, probabilmente per il miracolo del maialino ed anche per la convivenza con le bestie feroci nella grotta del Monte Ageo.
Con il ritrovamento della manna tra le reliquie del Santo a Maratea, è nato il culto del pane, dolce o salato, sottoforma anche di ciambelle.
Il Vescovo di Sebaste viene chiamato anche a protezione degli agricoltori e dell’agricoltura stessa dalla semina alla raccolta.
Non per ultimo il Martire è annoverato tra i Santi Ausiliari (santi invocati contro le più grandi sciagure, i più gravi disastri e le più grandi epidemie), come protettore della difterite, dalle malattie della gola e dalle balbuzie.
I riti in ricordo, in onore ed a richiesta di protezione del Santo sono molteplici: benedizione della gola con olio e candele; intonazione di inni; processioni di varia composizione; bacio delle reliquie, ove si trovino; benedizione del grano o del pane o delle ciambelle o dei taralli e loro distribuzione; fiera del bestiame, come quella agricola di Bovalone in Lombarda; somministrazione dell’acqua di San Biagio al bestiame; ballate di San Biagio per ammansire lo stesso; e ancora, dove il laccio per la tenuta delle bestie, prima di essere utilizzato, viene passato intorno alla statua del Santo.
Molto particolare è la festa delle stuzzie a Fiuggi. Qui nel 1298 il Santo con un suo intervento soprannaturale protesse la città dall’invasione dei Catari, innalzando fiamme dinanzi agli invasori. Così ogni notte del 2 febbraio a Fiuggi ed in altre città e paesi europei, viene fatto un grande falò di fascine.

Fonte: www.comune.sanbiagiosaracinisco.fr.it

San Donato Val di Comino

Santo Donato Castello popolato che fa da 400 fuochi, stà posto ne la falda de gl’Apennini… La metà di detto Castello è chiusa di muraglia, l’altra sono tré Borghi attaccati però insieme. E’ popolatissimo Castello et le genti sono armiggere, industriose et fatiganti, vanno attorno fatigando, fanno de li panni di lana per loro uso et per vendere…

Il Castello hà aria buonissima, et sottile. Vi sono de le caccie di Lepri, et Capri, pernici, et quaglie assai, et le genti si dilettano de la caccia. Ha la Chiesa di Santo Donato lor protettore, onde la Terra è chiamata di questo nome. Hà un’altra Chiesa chiamata Santa Maria; dove sono dieci Preti beneficiati, con l’Abbate, et Arciprete, quali officiano ogni giorno in detta Chiesa, et la tengono honoratamente. L’Arciprete di presente è Don Luca de Angeli Abbate è Don Cesare Petrucci, sacerdote da bene, et litterato. Hà un Convento de Frati conventuali di San Francesco poco lontano da la Terra, dove stanno 3 et 4 Frati. Il luogo si chiama San Francesco.

Vivono di presente in detta Terra molte persone di ricapito, fra quali il principale è Magnifico Cola Ricci Dottore di leggi, et prattico ne li governi di Regno, persona di 45 anni, di bello aspetto, compariscente, et di maneggi… In questa Terra hoggi vive il Capitan Tino Tocco, quale di Soldato semplice, che è andato in persecuzione di Banditi per le sue fattioni, et servity fatti in ammazzar molti Banditi è stato fatto Capitano con la condotta di 200 soldati destinati à persecutione de Tristi… Il Signor può far capital’ assai di questi huomini per conto di persone atti à l’arme, et di fattione…

In questo Castello il Signore hà una Torra posta in Capo de la Terra, con un poco di spatio appresso cinto di muro, fatta più per fortezza de la Terra, et per una ritirata che per habitatione, essendo luogo disastroso, et alpestre.”

(Relatione familiare de lo Stato d’Alvito fatta a l’Ill.mo sig.re Card.le di Como, 1595)

DE SANCTO DONATO

Terra di passo, battuta nei secoli da eserciti, mercanti, monaci e pellegrini, San Donato è il luogo dove il Parco Nazionale d’Abruzzo si affaccia sugli ulivi del Mediterraneo, tra rupi assolate ed il profumo delle erbe aromatiche, pietre addossate a terrazzare pendii…

Le origini del vivacissimo centro cominese si perdono nella leggenda e si collegano all’antica Cominium sannita distrutta da Roma nel 293 a.C.; anche se ci sono pareri discordi circa la reale ubicazione di quella città nella nostra valle, di sicuro sappiamo che il territorio era un avamposto sannita allorché nel 329 a.C. Roma, per assicurarsi delle teste di ponte lungo la Via Appia, la Via Latina e l’odierna Via Sferracavallo, conquistò Terracina, Fregellae (San Giovanni Incarico) e più tardi, nel 303, Sora. La nascita del primo “santuario” non può essere anteriore al 304 d.C., anno in cui Donato, vescovo di Arezzo veniva martirizzato.

In quegli anni in cui il cristianesimo nascente cercava il riconoscimento da parte dell’Impero Romano, il primo monachesimo muoveva i suoi passi, e, abbattendo tutto ciò che rimaneva di culto pagano, dedicava i luoghi ai martiri più venerati. Le nostre terre, fin dall’epoca etrusca erano “terre di passo” per le genti di Arezzo e di Veio che avevano commerci con la colonia etrusca di Capua; questa che era la più ricca delle città italiche col suo… “suolo lieve e umido, facile da lavorare e che dava fino a quattro raccolti l’anno tra farro, miglio, orzo e ortaggi”… determinerà nei secoli il destino delle invasioni delle nostre valli, per il controllo delle vie romane e dei passi montani tra Nord e Sud.

L’invasione longobarda del 568 d.C. fu quella più rovinosa: Atina fu distrutta e gli abitanti uccisi. La stessa sorte toccò al Monastero di Montecassino edificato appena sessant’anni prima.

Le nostre terre fecero parte dei Ducati di Spoleto e Benevento. E’ nella successiva politica di pacificazione operata da papa Gregorio Magno e, in seguito, nel graduale avvicinamento dei longobardi al cristianesimo e alla civiltà latina dopo l’Editto di Rotari (643), che si può intendere la DONAZIONE DI ILDEBRANDO, duca di Spoleto, al Monastero di San Vincenzo al Volturno, nel 778 d.C.  Qui per la prima volta veniva menzionata una “Aecclesiam Sancti Donati in territorio Cumino”…

La data del 778 d.C. rimanda storicamente ad altri fatti che accadevano nella nostra penisola e alla futura ingerenza del papato nel meridione: l’accordo della Chiesa con la monarchia franca e la nascita del Sacro Romano Impero. Carlomagno sottomette i principi longobardi e spingendosi fino a Capua consente al principe Arechi II di governare a patto che paghi un tributo. Lo stesso farà nell’ 866 l’imperatore Ludovico II che passando da Sora percorre la Via Latina fino a Capua, ma questa volta il motivo è ben più grave: i Saraceni stanno conquistando tutte le coste del Tirreno e attestandosi sul Golfo di Gaeta e sul Garigliano fanno scorrerie verso l’interno.

Le nostre valli vengono occupate progressivamente dalle popolazioni di Itri. Prudentio scriverà più tardi: … “San Donato è terra di passo, et ebbe principio da Itri, dove ancor oggi l’una terra con l’altra se portano affettione et se usa tra essi certa libertà e franchigia”. Le zone rivierasche, ormai proibitive, sono teatro di scontri fino alla battaglia sul Garigliano (915); le popolazioni in esodo raggiungono le pendici dei nostri monti e costruiscono cinte murarie attorno ai primi eremi e monasteri. E’ in questo periodo che si intensificano i rapporti con la Valle del Sangro e la piana del Fucino nella Contea dei Marsi: ancora oggi è tradizione per i sandonatesi raggiungere a piedi, in pellegrinaggio, la cittadina di Trasacco in onore di San Cesidio.

All’inizio dell’anno Mille, cavalieri normanni sono al soldo dei signori di Salerno e di Capua. Più tardi nel 1062 conquisteranno la stessa Capua e, con  questa, terranno in feudo anche la Contea di Arezzo;essi sono bene accetti da papa Niccolò II, il quale, cercando alleati per condurre in porto la politica di riforma, li nomina Vassalli della Chiesa. Nel 1150, Ruggiero il Normanno conquista la Val di Comino.

L’unificazione della dinastia normanna e sveva nella persona di Federico II di Svevia, diede nuovo impulso alle conteee e baronie locali di stampo ghibellino. L’Imperatore aumenta la fortuna dei Conti d’Aquino, che già detentori della nostra valle per piccoli periodi, intervallati dalla giurisdizione di Montecassino, ne entrarono definitivamente in possesso nel 1270. San Tommaso d’Aquino fu il più insigne rappresentante di questa casata in campo filosofico e religioso. I Conti d’Aquino organizzarono il loro territorio con fortificazioni e milizie tanto che il possedimento assunse la denominazione di “Castrum Sancti Donati”: la floridezza economica e militare che ne seguì fece di San Donato una Baronia.

Il Castello è il Rione più antico del paese e geograficamente si colloca nella radice dell’Appennino, circoscritto da austere porte di accesso rivolte a Greco, Levante e Ponente. Nel 1632 G.P.M. Castrucci scriveva che “San Donato… è divisa in due Rioni, Castello, e Valle; il Castello è tutto cinto di mura, con le sue torri…”. Da sempre dediti al culto del Santo Patrono, nel XVI secolo gli abitanti del Rione costruirono in economia il Santuario del nostro Patrono.

Dopo il XV secolo il nostro territorio, chiamato Santo Donato Castello, viene conteso dalle famiglie Cantelmo, Cardona e persino dai Borgia. “Industriosi et fatiganti”, i sandonatesi del tempo erano dediti all’artigianato, infatti producevano “de li panni di lana, per loro uso et per vendere”. La loro abilità favorì contatti anche con le popolazioni dell’Umbria e della Toscana. A tal proposito, nel 1574, Prudentio annota la presenza di “mercanti nobili fiorentini, che fanno faccende assai tal che con la loro industria et sapere son fatti ricchissimi”. Oltre che nel lavoro artigiano, i nostri antenati si distinsero nell’ “arte della guerra”. Soldati di grande valore, eredi dell’antica milizia del Castrum Sancti Donati, i sandonatesi si fecero apprezzare in tutto il Regno per la lotta al brigantaggio. In tempo di pace, e fino al Settecento invece, diedero vita ad un originale Palio della Lotta.

Nel 1595, in nome del Cardinale Tolomeo Gallio, il territorio passò alla famiglia Gallio che lo amministrò per oltre duecento anni, con scarso e decadente interesse. Nel 1669, a causa di una grave pestilenza, la popolazione “che assommava a 2344 anime fu ridotta a sole 640. Morirono di tal flagello 1704 persone”. Nell’arco del XVII e XVIII secolo, San Donato ebbe un dominio stabile e non fu interessato da guerre per cui, nonostante battute d’arresto dovute a crisi demografiche, si ebbe un notevole sviluppo sia economico che urbano, superiore a quello degli altri centri del ducato di Alvito. Con vari gradi di interesse storico-artistico è quindi possibile notare l’espansione sei-settecentesca, con la costruzione nel centro urbano di palazzi signorili, piazze e l’ammodernamento di chiese e conventi.

Fonte: www.comune.sandonatovaldicomino.fr.it

Settefrati

Sorge su una montagna preappenninica ad Est della Valle di Comino. Le sue origini tradizionalmente si fanno risalire al 293 a.C. anche se il nome dell’antico castello viene citato per la prima volta il 14 giugno 991 quando l’Abae Monsone cede a Rainaldo, Conte dei Marsi, la Chiesa di San Paolo sita in terriorio di Settefrati, il più rinomato Monastero cassinese in Val Comino per antichità e storia.

Le prime popolazioni che in epoca storica stabilirono la loro residenza nel territorio del comune furono quelle Osche e Umbre, ed in particolare i Volsci, Aurunci, Equi e Sanniti che trovarono in alta Valle di Comino un luogo di incontri.

Alla prima epoca storica (V-VI Sec. a.C.) risale il culto della Dea Mefiti ed il Centro religioso presso le sorgenti del Melfa, in Valle di Canneto, con il tempio dedicato alla stessa dea di cui recenti ritrovamenti hanno accettato l’esistenza.

Il primo insediamento abitativo, di cui restano tracce nell’area dell’attuale centro storico, è quello della città di Vicus, la cui origine si fa risalire ad epoca immediatamente successiva alla distruzione, da parte dei romani, cella città di Cominium (in lingua Osca significa “Luogo di incontro”) nel 293 a.C.

Durante il periodo della dominazione di Roma, la Valle di Canneto mantenne il carattere di luogo d’incontro per le popolazioni dell’Alto Sangro e del Basso Lazio, e di cen­tro religioso, come attestato dall’importanza che continua ad avere il Santuario-OracoIo della Dea Mefiti.

Intorno al V sec. d.C. il primitivo nome di Vicus viene sostituito con Settefrati (abbreviazione di Sette Fratelli) e il tempio presso le sorgenti del Melfa passa dal culto pa­gano a quello cristiano della Madonna di Canneto e da al­lora ha sempre mantenuto le caratteristiche di importante centro religioso per le popolazioni del Lazio, Abruzzo, Mo­lise e Campania.

Dopo la dominazione romana subì le invasioni dei Vi­sigoti, il dominio degli Ostrogoti e Longobardi e, fra l’881 e il 916, numerose scorrerie dei Saraceni. Dall’inizio del IV sec. fino al XII, il territorio fece parte come possedimento dell’Abbazia di San Vincenzo e dell’Abbazia di Montecas-sino, subendo l’influenza e la colonizzazione dei monaci benedettini.

Con l’affievolirsi della potenza dei Benedettini, il terri­torio di Settefrati fu retto feudalmente da varie famiglie mentre si succedevano nella regione i domini normanno, svevo, angioino, del Regno di Sicilia; a questa epoca risal­gono gran parte dei resti di fortificazioni ancora esistenti sulla rocca di Settefrati. Nel XV sec. il centro subì nume­rosi saccheggi e distruzioni da parte di milizie aragonesi.

Nel 1654 un violento terremoto distrusse quasi total­mente l’abitato che fu poi temporaneamente abbandonato con la peste del 1656.

Nel 1815 il territorio entra a far parte del Regno delle Due Sicilie ed il regime feudale che, si può dire, si man­tenne fino all’avvento del Regno d’Italia, ostacolò il pro­gresso dell’agricoltura; le misere condizioni dei contadini fino all’inizio di questo secolo furono inoltre tali da favorire il brigantaggio.

Le costruzioni risalgono, per la maggior parte, ai secc. XVIII e XIX nella loro forma attuale, ma in molti degli edifici sono ancora visibili le strutture originarie e particolari ar­chitettonici medievali.

Sono anche presenti resti di bastioni e una torre del Xll-XIll sec., nonché resti di murature anteriori, forse anche di epoca pre-romana.

Di notevole importanza è la Chiesa della Madonna del­le Grazie, del sec. X, con soffitto a cassettoni intarsiato e dorato con raffigurante nell’atrio la Visione di Frate Albe-rico (visione che avrebbe dato a Dante l’ispirazione per la “Divina Commedia”) e nell’interno pitture di Marco di San Germano.

Di notevole importanza religiosa e archeologica è la Valle di Canneto, presso le sorgenti del Melfa, ove, durante i lavori di captazione delle acque per l’alimentazione dell’ acquedotto degli Aurunci, nel 1958, furono portati alla luce, a 12 mt. di profondità, notevoli reperti archeologici (sta­tuette raffiguranti la dea Mefiti risalenti al V-IV sec. a.C., monete di epoca repubblicana (111 sec. a.C.), tegole ecc.).

Fonte www.comune.settefrati.fr.it

Vicalvi

Attualmente Vicalvi è uno dei centri abitati più piccoli e attivi della provincia di Frosinone, sebbene non vi siano grandi risorse locali. E’ costituito da vari centri;   Delicata, Centro Storico,  Colle D’Agnese, Mortale, Maschiuna, Castellana, Palombo, Borgo, S. Francesco, Colle Flonio. La località Delicata oggi rappresenta il  nucleo principale del paese con la presenza del Municipio, degli edifici della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, del centro sociale, dell’impianto sportivo polivante, della caserma dei carabinieri e dei principali esercizi pubblici e commerciali. Il centro storico è ben conservato nonostante lo spopolamento maggiore. E’ praticamente composto da una strada che si snoda a serpentina sui fianchi del colle, fra due file di case.  E’ dominato in alto dal vecchio Castello, nelle cui vicinanze c’è un palazzetto con portale rinascimentale e attorno diverse abitazioni abbandonate e cadenti. In basso si trovano la piccola ma gradevole piazza Municipio su cui affacciano la vecchia sede del Municipio ( oggi sede della biblioteca comunale ) e la Chiesa Parrocchiale ” San Giovanni Battista ed Evangelista” con interno barocco, con affreschi sulla volta e un pulpito ligneo anch’esso di stile barocco. Su un altare moderno vi è una formella novecentesca rappresenta. La collina su cui sorge il centro storico è sormontata dal monte Morrone ( mt. 970 s.l.m. ) sui cui è ben visibile Fossa Licia, una dolina di origine carsica. La località San Francesco è caratterizzata dalla presenza del Convento di San Francesco che  ha ospitato il Santo di Assisi durante uno dei suoi viaggi. All’interno sono contenuti alcuni oggetti cari al Santo, quali una parte del cappuccio di lana da lui indossato, un pezzo di tavola che utilizzava come cuscino e un crocifisso in legno davanti al quale pregava. La  località Borgo è invece caratterizzata oltre che dalla presenza di un vecchio nucleo di abitazioni dove un tempo era localizzata una stazione di posta, dalla presenza di  insediamenti industriali ed artigianali.

Fonte www.comune.vicalvi.fr.it

Villa Latina

Luogo dell’antico “sterminato Sannio”, estesa nella fertile conca della Valle di Comino, Villa Latina fu edificata intorno all’anno Mille col nome di Agnone, in una località che era già stata rifugio dei Sanniti scampati alla battaglia di Aquilonia vinta dai Romani nel 293 a.C. La denominazione attuale deriva probabilmente dall’espressione “villa dei Latini” infatti nel suo territorio sono stati rinvenuti numerosi resti di alcune ville, fra le quali quella di Orrea, lungo la via dei monumenti, del Pesco, sul colle Melfa scelta per le sue villeggiature dall’Imperatore Caracalla, di M.T.Cicerone nella quale si sarebbe riposato prima di partire per l’esilio.

Nel Medioevo appartenne agli abati di Montecassino e ai conti d’Aquino, subì gravi danni nel terremoto del 1349 . Poi fu feudo dei Cantelmo e possesso nel ‘600 dei Gallio, duchi di Alvito. Luogo di terme antiche il territorio in località Fontana di Bagni è cosparso da innumerevoli sorgenti tra cui la rinomata Fontana Carletti con proprietà diuretiche. Il paese conserva tradizioni artigianali come la lavorazione del legno, dei vimini e la produzione dei formaggi di pecora. I suoi artigiani hanno perpetuato la tradizione secolare della “zampogna”. E’ uno strumento musicale a fiato in legno e pelle di agnello o capretto con tre gruppi di canne o pive, legato alle festività natalizie.

Fonte www.ciociariaturismo.it