Atina è ubicata nella Valle di Comino, una conca adagiata fra l’aspra catena dell’Appennino Centrale e il gruppo del Monte Cairo, nell’estremo angolo sud-orientale del Lazio, ai confini con l’Abruzzo e il Molise.

E’ una valle appartata ma nello stesso tempo vicina al grande canale di comunicazione, rappresentato dall’Autostrada del Sole e dalla ferrovia, che collega il Nord al Sud dell’Italia.

E’ attraversata dalla strada a scorrimento veloce che collega Cassino a Sora, da dove appare come un grande anfiteatro naturale largo una quindicina di chilometri e lungo una ventina, con i monti che fungono da spalti e i borghi, disposti a giro a mezza-costa simili a logge, dominano un paesaggio formato da dolci colline ricoperte di viti e ulivi.

Dirimpetto hanno altri borghi attaccati ai contrafforti, dove boschi di querce, carpini e castagni e, a quote più alte, di conifere e di faggi, si alternano a costoni spogli o appena macchiati da radi arbusti.

Comprende il territorio di 11 Comuni dell’area del bacino dell’alto-Melfa (oltre Atina, Villa Latina, S. Biagio Saracinisco, Picinisco, Settefrati, S. Donato Val di Comino, Gallinaro, Alvito, Vicalvi, Casalvieri e Casalattico). Alla XIV Comunità Montana, denominata “della Valle di Comino”, appartengono altri 9 Comuni limitrofi del bacino del medio-Liri, a nord (Campoli Appennino, Pescosolido, Posta Fibreno e Fontechiari) e del Rapido, a sud (Belmonte Castello, Acquafondata, Vallerotonda e Viticuso), con un totale di 22.000 abitanti distribuiti su una superficie totale di circa 300 km quadrati (poco più dell’Isola d’Elba).

Il Comune più grande è Atina con 4.557 abitanti. Seguono Casalvieri, con 2.867, Alvito, con 2.650 e S. Donato Val di Comino con 2.111. Tutti gli altri sono compresi fra i duemila e i trecento abitanti.

Una valle misteriosa

E’ una terra dove la storia si intreccia con i misteri, con i miti e con le leggende.

Anche il suo nome è avvolto nel mistero.

Secondo l’opinione di molti deriva da Cominio, la città distrutta nell’anno 293 a.C. insieme ad Aquilonia, nell’ultima disperata e cruentissima battaglia combattuta dai sanniti contro la crescente potenza di Roma, come narrato da Tito Livio e da Dionigi d’Alicarnasso. 

Altri lo fanno derivare dai Comini, uno dei quattro popoli degli Equicoli, anch’essi fieri avversari dei romani e da loro sconfitti o da “cominia”, una qualità di oliva, ambedue desunti dalla monumentale opera di Plinio il Vecchio.

Il toponimo, scomparso per oltre sette secoli, ricompare in un atto dell’archivio dell’Abbazia benedettina di S. Vincenzo al Volturno del 778 d.C., con il quale il Duca di Spoleto, Ildebrando, donava alla stessa le chiese di S. Donato e di S. Giuliano, poste “in territorio Cumino”.

Nei documenti successivi, il nome Cominio indica un territorio o un contado, a volte ristretto e, a volte, più allargato fino a comprendere anche Atina, ma il cui nucleo essenziale era l’area compresa fra Vicalvi, Alvito, Gallinaro, S. Donato V.C. e Settefrati.

A metà del XV secolo, Flavio Biondo nella sua opera, scrive di “una contrada, per stare su quei monti asperi, amenissima, chiamata hoggi Comino: ella è attorniata da monti altissimi, ha da 8 castella ben popolate, Vicaglio, Alvito, S. Donato, Sette frati, Picinisco, Gallinaro e Casalviero: questa contrada fu dagli antichi chiamata Cominio, da una città che v’era così detta, della quale non sanno i paesani render alcun conto dove ella fusse, e di lei fa Livio menzione. In quella medesima contrada a man dritta sotto i monti è Atina, città antichissima, a lato della quale scorre il fiume Melfa, che nasce nell’Appennino, e va a mescolarsi co’l Garigliano presso a Pontecorvo: di questa città fa Vergilio menzione, e Livio medesimamente”.    

Un secolo dopo, anche uno dei più importanti geografi dell’epoca, Leandro Alberti scrive di “un’amena e fertile regione”, comprendente “otto castella”, accordando, come il Biondo, una certa distinzione ad Atina, collocata nella parte occidentale della stessa zona.

Nei due secoli successivi (XVII e XVIII), durante la dominazione dei Gallio, i termini Ducato di Alvito e Cominese, coincisero, almeno nella vulgata popolare e nella letteratura, anche se a quella unità politica non appartenevano Casalvieri e Casalattico, mentre includeva Belmonte Castello, situato subito al di fuori del bacino vallivo.

Agli inizi del XIX secolo compare per la prima volta come toponimo di una “valle” il cui ambito era circoscritto ai paesi del lato nord-orientale e, nel 1862, il Comune di S. Donato, per distinguersi dagli altri con lo stesso nome, otteneva dal Re Vittorio Emanuele II di poter aggiungere l’attributo di “Val di Comino”.

Ancora agli inizi del ‘900, secondo uno storico locale, per Valle di Comino si intendeva solo la zona nord-orientale, vale a dire la zona compresa fra Settefrati, S. Donato (con Gallinaro, allora sua frazione), Alvito e Vicalvi.

Il primo serio tentativo di riconoscere ufficialmente questa realtà risale al 1911, quando il Prof. Roberto Almagià presentò un suo lavoro proprio su “La Valle di Comino o Cominese”, ma il suo intento di darle un nome non ebbe alcun esito pratico, tant’è che ancora oggi la Valle di Comino non è riportata sulle ultime carte ufficiali dell’Istituto Geografico Militare (IGM), redatte nel 1942. Di conseguenza non compare nemmeno su tutte le carte topografiche, economiche e stradali che da quelle discendono.

Quindi, una valle con questo nome, ufficialmente non esiste.

Non è indicata, nemmeno, sul più moderno navigatore satellitare che, al massimo, conduce al Comune di S. Donato Val di Comino o alla sede della XIV Comunità Montana, chiamata “Valle di Comino”, sita nel Comune di Atina. 

La Sub-Regione Cominese

E’ una valle e di questa ha la conformazione fisica, ma è anche una sub-regione, con confini geografici ben delineati, con una sua precisa connotazione storico-culturale e con una marcata identità. Essa appartiene a pieno titolo alla più grande “famiglia del sistema sub-appenninico centro-meridionale”, ben nota agli studiosi di antropologia, i cui caratteri distintivi si rinvengono principalmente nella gastronomia, nelle musiche, nei riti religiosi, nelle antiche superstizioni, nelle tecniche costruttive edilizie, nell’artigianato e nei sistemi di lavorazione della terra, modificati e arricchiti dall’interscambio fra pianura e montagna e fra centri urbani e campagna.

I rilievi montuosi e collinari che la circondano, quasi a proteggerla non solo dall’escursioni climatiche ma anche dalla penetrazione di altre culture, hanno favorito il consolidarsi di un insieme omogeneo di tradizioni, di usi e di costumi, tramandati nel corso dei secoli.

Alcune differenze si riscontrano, però, a seconda della vicinanza con le sub-regioni limitrofe, come a nord per il Sorano, esposto alla duplice influenza dell’antica provincia papalina di Marittima e Campagna e della marsica Valeria, o, al sud-ovest, per il Cassinate, tradizionalmente legato all’antica provincia campana di Terra di Lavoro e prima ancora, nel periodo imperiale romano e sempre per merito delle abbondanti produzioni agricole, alla Campania Felix, mentre, la zona del sud-est, a ridosso dei Monti della Meta e delle Mainarde, condivide le sue antiche radici con il Sannio pentro e con l’Abruzzo, “forte e gentile”.   

Da paese a paese cambiano i colori, i profumi, le inflessioni dialettali, gli usi e i costumi, talora in modo più leggero e talora in modo più marcato, perché la storia nel suo lungo corso ha riservato ad ognuno di essi, in qualche momento particolare, un destino diverso.

E’ un micro-sistema, policentrico ed equilibrato, da scoprire e assaporare lentamente, perché non tutto si offre subito all’occhio del visitatore. Vale la pena di seguire il consiglio di Plinio il Vecchio: “guardare con gli occhi e discernere con l’anima”, al fine di cogliere l’intima essenza e, nello stesso tempo, la ricchezza e la policromia di una terra che, nella sua semplicità, si presenta come uno scrigno di piccoli tesori naturali e culturali, di leggende e di aneddoti, di storie vere e di misteri.

E’ un luogo reale, dove, nel corso dei millenni, sono arrivate ondate di popoli migranti o invasori. Qui si sono intrecciate le storie di donne e di uomini che hanno creato famiglie, edificato mura possenti, città e villaggi e tracciato segni profondi nel paesaggio, come canali di irrigazione, terrazzamenti, sentieri e trincee.   

Ma è anche un luogo virtuale, dove la memoria e il sogno si confondono. Una visita, ad uno qualunque dei suoi siti, colma gli occhi e arricchisce l’anima.

I Borghi

La valle è disseminata di borghi grandi e piccoli. Contenitori di culture e di vicende accumulate nel corso dei secoli, trasmettono oggi un senso di pace, di tranquillità, di tempo che scorre lentamente, di lontananza rispetto agli affanni e al caos della città.

La scelta della loro posizione rispondeva, oltre che a motivi di sicurezza, anche alla necessità di attirare il massimo della luce e del calore.

La pianta di ogni borgo è quella medievale, con una piazza centrale sulla quale si affacciano i palazzi del potere temporale (municipio) e spirituale (chiesa cattedrale) e da cui si irradiano le vie principali, fino alle porte che servivano ad imporre la gabella e a proteggere i suoi abitanti dai nemici e dai briganti.

Stretti vicoli (scoperti o coperti, detti spuort – sporti e, anche, vrutt – grotte) portano in slarghi o piazzette, palcoscenici naturali che hanno come quinte altri palazzotti nobiliari o altre chiese, fulcro di piccoli rioni.    

Ad ogni angolo si fanno delle scoperte, come un’elegante bifora, scampata alle distruzioni causate dai terremoti e dalle guerre o, più avanti, una feritoia, testimone dello scopo difensivo di un tratto di mura, inglobato poi in una casa. Non mancano epigrafi, simboli esoterici e filetti o triple cinte, incise su blocchi di pietra riutilizzati in epoche successive. Sui portali delle chiese e delle case risaltano figure geometriche, motivi floreali, angeli, mostri e mascheroni, ispirati dai testi classici e dalle antiche commedie. Anche i portoni, le balaustre dei balconi e le ringhiere sono piccole opere d’arte che, quasi per caso, appaiono davanti al visitatore.

Negli scantinati dei vecchi palazzi sono conservati resti di costruzioni ancora più remote, cisterne e frantoi, basamenti di edifici di epoca romana e tratti di antiche mura. Come un libro aperto, sul quale scorrono tremila anni di storia. Tremila anni di guerre, di terremoti, di carestie e di lieti eventi, come le nascite, che riuscivano a far trionfare il senso della vita anche nei momenti più brutti.

Le campagne, le colline e le montagne

Il prodotto di eccellenza delle terre messe a coltura è il fagiolo cannellino di Atina dop, una vera squisitezza che si caratterizza per la buccia molto sottile. In genere, tutti gli ortaggi e i cereali prodotti nella Valle sono molto apprezzati, come le produzioni suine e di altre specie della zootecnia.

La terra e il clima concorrono alla crescita di vitigni di qualità, dai quali si ricavano le uve destinate, quasi esclusivamente, alla vinificazione. Trionfa, fra tutti, il cabernet di Atina doc, da piante francesi che qui hanno trovato la migliore ambientazione già dalla seconda metà dell’800. Si stanno anche rispristinando gli antichi vitigni dell’uva bianca maturano, tipici della zona di Picinisco.

Sullo zoccolo della catena dell’Appennino, fino agli 800 metri d’altezza, fra Vicalvi, Alvito, S. Donato V.C., Settefrati e Picinisco, si distende l’ordinato reticolo delle maestose piante d’ulivo del cultivar la marina dal cui frutto si estrae un olio robusto e saporito. Piante generose non mancano, a macchia di leopardo, in tutta la Valle, arricchendo il paesaggio di un fine velluto verde-grigio o verde-azzurrino, secondo la stagione.

Poco al di sopra si stendono boschi di conifere e, ancora più su, quelli di faggio, dalle piante alte e dal fusto snello e possente.

Il paesaggio d’altura (Monti della Meta e delle Mainarde, fino ai 2200 metri), è contrassegnato da cime impervie, coste brecciose quasi prive di vegetazione, lunghi prati assolati (o coperti dalla neve per oltre un terzo dell’anno), dove regnano il camoscio, l’aquila, il nibbio reale, la pernice e la coturnice e, a quote leggermente più basse, l’orso, il lupo, il cervo, il capriolo, la volpe, la lepre e il cinghiale.

I sentieri sassosi, fra i radi arbusti di rosa canina e di prugno spinoso e ceppate di faggi, portano alla scoperta di nuovi ed emozionanti paesaggi.

Quando la neve si scioglie, nei pianori, nelle valli e sui costoni delle montagne si vedono, anche da lontano, dei disegni geometrici che sembrano bizzarre cicatrici. Sono gli stazzi, nei quali i pastori da tempo immemore tengono gli armenti per proteggerli dai lupi e dagli orsi. Sono formati da ampi recinti di pietre, con al centro (o su un lato) i ricoveri, rotondi o quadrati, ma sempre in pietra a secco, ricoperti di paglia e, per questo, chiamati nel dialetto locale pagliari.

A primavera inoltrata negli stazzi abbandonati crescono gli orapi, sorta di spinaci selvatici dal gusto particolare, leggermente amarognolo, una vera goduria per i cultori dell’arte del palato, da mangiare con la pasta fatta in casa, con gli gnocchi ed anche con il riso o come contorno. Sui dorsali e nei pianori, spuntano, invece, le delicate lattughelle di montagna e le genziane, le cui tenaci radici venivano utilizzate dai monaci per farvi infusi e liquori curativi.

Dal latte degli ovini e dei bovini transumanti, portati al pascolo nella stagione più calda, si ricavano formaggi, come il Pecorino di Picinisco dop e tutta la serie delle famose pezze di cacio e ricotte che, nell’odore intenso e nel sapore, nascondono i segreti e le leggende della storia millenaria di pastori inventori della zampogna, della ciocia e della conca (qui la chiamano tina), di rame e stagnata all’interno che, come la cannata d’argilla, le donne usavano portare sulla testa, piena di latte o di acqua, poggiata sopra un fazzoletto avvolto a ciambella.

Il caratteristico abbigliamento, la fiera postura e la loro selvaggia bellezza non sfuggirono all’occhio degli artisti del secolo del romanticismo e dei primi anni del ‘900 che le ritrassero a Roma, Parigi e a Londra in capolavori dell’arte esposti nei musei e nelle gallerie più famose del mondo e perfino sulle monete e sui francobolli ufficiali di Francia (anche sull’euro della zecca francese, la famosa Semeuse).

Sono posti incantati le vallette incassate fra alti costoni rocciosi, dove scorrono le limpide e fredde acque sorgive o della neve disciolta. La più grande è la Valle di Canneto,  oggi luogo di preghiera e di pellegrinaggi alla Madonna Nera, nell’antichità di riti alla dea Mefite e di raduni di popoli liberi, di battaglie, di segreti rifugi di briganti e di tesori nascosti.

Nei boschi, nelle forre più umide e nei prati erbosi crescono funghi squisiti (porcini, finferli, ovuli, mazze di tamburo) ed anche tartufi.

La nascita, nel 1925, del Parco Nazionale d’Abruzzo e l’istituzione della Fascia di protezione esterna hanno favorito la salvaguardia delle bellezze di un intero comprensorio montano, fino ad allora oggetto di tagli boschivi massivi e di caccia indiscriminata. Negli ultimi due decenni è diventato la meta preferita di molti cultori dell’escursionismo o trekking, dell’arrampicata, della speleologia, del deltaplano e del parapendio. Gli amanti degli sport invernali sono particolarmente attratti dalle stazioni sciistiche di Prati di Mezzo e di Forca d’Acero, dotate di impianti e punti di ristoro e dalle cime e dai costoni delle Mainarde e del Gruppo della Meta, dove vengono praticati lo sci-alpinismo e il nordic walking. Campeggiatori e scouts sono gli ospiti estivi più numerosi sulle sponde del lago di Cardito, nella Valle di Canneto e a Prati di Mezzo.

I monti sul lato occidentale hanno un andamento altimetrico più basso rispetto alla catena appenninica prospiciente sul lato orientale. I boschi di faggio, arrivano fino all’area sommitale, posta fra i mille e i mille e quattrocento metri. Ad altezze inferiori ci sono boschi di castagni e di querce, ampie e profonde doline carsiche e bianche dolomie.

Molto ricercato è il frutto della castagna, soprattutto la famosa “pizzutella di Terelle”, raccolta nel castagneto monumentale del comune omonimo, formato da centinaia di piante secolari, alcune delle quali con un tronco che nemmeno dieci bambini riescono ad abbracciare.

Non mancano altri frutti di bosco, soprattutto fragole e lamponi che nascono nei prati, vicino alle ceppate di faggio.

Qui, a ridosso di Montecassino e della Valle del Rapido passava la famosa e cruentissima Linea Gustav, sulla quale migliaia di soldati francesi, inglesi, americani, polacchi, neozelandesi, italiani, tedeschi e austriaci hanno lasciato la vita.  

Da Terelle a S. Biagio Saracinisco, dal Monte Cairo (m. 1605) fino  al Monte Marrone (1805 m.) e al Monte Mare (2025 m.) è tutto un susseguirsi di camminamenti, trincee e rifugi  scavati dai tedeschi nella roccia viva 

Quasi parallela a questa linea, c’è quella più antica, formata dalle cinte murarie in opera poligonale (detta anche ciclopica), incentrata su Atina, da Vicalvi fino a quella di Monte S. Croce, nel Comune di S. Biagio Saracinisco.

Tutte le montagne della zona, anche quelle del versante orientale, fino ai mille metri d’altitudine, sono segnate dai terrazzamenti realizzati utilizzando pietre di dimensioni più piccole per sostenere piccoli appezzamenti di terreno, dove venivano coltivati cereali (grano, orzo e segale) e patate.   

Le sagre e le feste patronali

Da giugno a novembre nei borghi si tengono sagre paesane per ricordare le vecchie tradizioni e per promuovere i prodotti locali. Così è al Festival della Pastorizia di Picinisco, basata su una attenta ricerca dei suoni e dei ritmi che scandivano la vita delle comunità pastorali e agricole, su antiche ricette e su riflessioni corali sulla “cultura della montagna”. Alla Festa del Tartufo di Campoli Appennino, dove i ristoratori fanno a gara nel proporre inusuali abbinamenti e piatti più tradizionali. A CantinAtina, dove, nelle cantine e nelle piazze incantate, si celebrano il cabernet e il cannellino, fra esibizioni di gruppi musicali etnici, moderni e classici, spettacoli teatrali e mostre d’arte. Alla Magnalonga di Settefrati, una maratona alla scoperta di piatti della tradizione (pasta fatta in casa, ministre di legumi e verdure). A Gallinaro la Festa del vino, più che una sagra, una vera è propria festa popolare alla quale partecipano migliaia di persone. Poi alle feste dell’emigrante, della zampogna e della polenta di Villa Latina,  alla festa della montagna al Campo del Popolo e a quella Irlandese di Casalattico o alle sagre di Casalvieri, dove si incontrano i cittadini cominesi distribuiti in ogni angolo del mondo e si gustano perfino piatti della cucina estera; alla sagra della pizzutella di Terelle, dove le grandi padelle forate e ardenti sfornano castagne scottanti e profumate e riscaldano dall’aria frizzante novembrina dei mille metri d’altitudine.

Per quanto riguarda le azioni di qualificazione e tutela delle produzioni locali da pochi mesi è stato istituito nella Valle il primo Distretto dei prodotti biologici del Lazio, denominato “Bio-distretto Valle di Comino”. Fra i promotori anche l’Associazione “Valle di Comino Bio” alla quale hanno aderito 115 aziende agro-alimentari dei vari settori (dall’olio ai formaggi, dal vino al tartufo, ecc.). Il primo punto vendita dei prodotti delle imprese associate è stato aperto in S. Donato V.C.

Alle manifestazioni laiche si alternano le feste dedicate ai patroni protettori di ogni borgo e ai santi ai quali sono intitolate le chiese delle contrade. Dovunque c’è un campanile c’è la classica processione e la festa serale con banda musicale o orchestra e fuochi d’artificio. Il mese di agosto è quello con una maggiore concentrazione. Le più partecipate sono quelle di S. Donato nel comune omonimo (6-7-8 agosto), di S. Lorenzo a Picinisco (10 agosto), di S. Gerardo a Gallinaro (11 agosto) dell’Assunta a Atina (15 agosto) e quella di S. Rocco a Alvito (16 agosto). La più imponente è quella di S. Maria di Canneto. Dura ben quattro giorni (18-22 agosto) e molti comuni della Valle sono letteralmente invasi dai pellegrini che si accampano in ogni spazio disponibile. La festa che chiude la stagione è quella di S. Marco di Galilea (1 ottobre), Patrono di Atina dal 1799 e protettore dai terremoti. 

Nei mesi fra dicembre e maggio cambia il clima e cambiano anche le scene. Per tutto il periodo natalizio, a partire dalla Festa dell’Immacolata fino all’Epifania, da S. Biagio Saracinisco, Picinisco, Villa Latina e Acquafondata sciamano gli zampognari e i pifferai (suonatori della ciaramella) che portano le loro nenie nei borghi dove sono allestiti i presepi creati con arte e fantasia (per poi dirigersi verso Napoli e Roma ed anche oltre). Palazzi e chiese ospitano concerti di musica classica.

Febbraio è il mese della celebrazione della Festa di S. Biagio (2 febbraio), nel comune omonimo, e di S. Barbato a Casalattico (19 febbraio), del carnevale, festeggiato in modo particolare a Villa Latina e a S. Donato V.C., delle polente fumanti con le spuntature di maiale o dei fagioli con la salciccia o con il cotechino.

Poi, al ridestarsi della natura, arriva il periodo pasquale, con le processioni che si tengono in tutti i borghi e la Passione Vivente di Atina. I principi della tavola sono l’abbacchio al forno con le patate, il capretto cace e ova, il canescione e l’asparago selvatico che porta ai primi calori che anticipano l’estate, con le feste di S. Bernardino a Vicalvi (25 maggio), di S. Onorio a Casalvieri (ultima domenica di Maggio), le processioni e le infiorate del Corpus Domini in tutti i paesi e la festa di S. Antonio a Villa Latina (13 giugno).   

Gli eventi culturali e sportivi

©_ANGELO_TRANI

In tutta la Valle, soprattutto nel periodo estivo, si tengono anche eventi culturali di spessore, come l’Atina Jazz che si è conquistato un posto di rilievo a livello internazionale. Più o meno in contemporanea si svolge anche il Premio “Una scultura per Atina”, seguito ad agosto da due Residency con oltre 50 artisti internazionali.

Sempre all’inizio di agosto si tiene ad Atina Inferiore il Festival Internazionale del Folklore, una manifestazione popolare che, nel corso di tutti i suoi trentennali appuntamenti annuali, ha portato gruppi esotici dai cinque continenti. L’Estate Sandonatese si sviluppa lungo tutto l’arco dei mesi di luglio e agosto, con una Rassegna Nazionale di Teatro e mostre d’arte, il Palio della Lotta. L’Agosto Alvitano è animato da concerti in piazza, proiezioni cinematografiche e altri eventi. A cavallo fra agosto e settembre si svolge il Festival delle Storie, con scrittori e giornalisti che presentano i loro libri in locazioni dal fascino particolare (piazze, largari, castelli) della Valle, con laboratori di scrittura, passeggiate e degustazione di prodotti della tradizione locale.  

A Gallinaro, pochi giorni dopo Ferragosto, si tiene Gallinarock, una manifestazione della durata di tre giorni, con band molto amate dai giovani.

Nel mese di ottobre ad Alvito, nel prestigioso Palazzo Gallio, si tiene il Premio Letterario Valcomino che ospita famosi poeti e scrittori di tutto il mondo.

Nel settore degli eventi sportivi, sono frequenti nel corso dell’anno quelli promossi dall’associazione Ippica di Atina, ai quali si è aggiunta da quest’anno una manifestazione interamente dedicata a Fieracavalli Verona in occasione del suo 120° anniversario. Di recente è nata un’associazione di cavalieri che si dedica con passione alla riscoperta degli antichi tratturi. Negli impianti sportivi dell’Università di Cassino siti in Atina si tengono gare di pallavolo, pallacanestro e di ginnastica artistica.  Non mancano gare di ciclismo su strada, come il Giro della Valle di Comino dedicato ai dilettanti al quale partecipano squadre di tutto il mondo. Considerata la grande rete di strade sterrate e di sentieri vi si svolgono anche gare ed eventi di mountain bike.

Le strutture di accoglienza

In tutti i paesi della Valle di Comino sono presenti alberghi, b&b e agriturismi, diversificati a seconda della domanda. Ma soprattutto negli ultimi anni è aumentato il loro numero e sono aumentate le strutture di livello medio-alto e alto, in grado di soddisfare anche la gamma dei più esigenti fra i turisti e i richiedenti ospitalità per motivi diversi.

In ogni paese abbondano ristoranti, trattorie, osterie e pizzerie dove è possibile gustare i piatti della tradizione locale, basati sui prodotti tipici. Ma sono presenti anche strutture della ristorazione che hanno fatto della ricerca delle antiche ricette, abbinata ad una costante e attenta innovazione, la loro caratteristica principale.  

Nella Valle di Comino, infine, sono abbastanza numerose le piscine che, soprattutto nel periodo estivo, ospitano migliaia di persone.